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GEORGIA: Luce in fondo al tunnel della crisi politica.

La mediazione europea pare essere stata l’elemento decisivo nel far uscire la Georgia dopo cinque mesi da una crisi politica che si faceva di giorno in giorno più preoccupante.

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L’inizio della crisi politica

In seguito alla denuncia di brogli nelle elezioni del 30 ottobre – ritenute dagli osservatori internazionali comunque competitive e legittime – i partiti di opposizione si sono coordinati per boicottare il parlamento. Al momento del suo insediamento, ci si è trovati davanti ad uno spettacolo surreale: l’aula era quasi per metà vuota e sui banchi sedevano soltanto i rappresentanti di Sogno Georgiano (SG), il partito di governo. A questo punto, si presentavano assai poche vie di uscita: ripetere le elezioni cedendo alle richieste dell’opposizione, proseguire il mandato con un parlamento de facto “monopartitico”, rinunciando all’approvazione di provvedimenti che richiedono una maggioranza qualificata, oppure trovare un compromesso.

Se la prima prospettiva era totalmente inaccettabile per SG, la seconda lo era per il paese intero, che con il proprio voto aveva eletto un parlamento multipartitico. Insomma, per quanto difficile bisognava imboccare la strada del compromesso.

Dopo qualche vacuo segnale di speranza a inizio gennaio con l’interruzione del boicottaggio da parte di alcuni parlamentari, il 23 febbraio la situazione sembrava degenerare sino ad un punto di non ritorno con l’arresto di Nika Melia, leader del Movimento Nazionale Unito (MNU), il principale partito di opposizione. L’uomo, condannato per aver incitato la folla ad assaltare il parlamento durante le proteste del giugno 2019, non aveva rispettato le misure restrittive a cui era stato costretto. Potrebbe sembrare una semplice esecuzione del principio “la legge è uguale per tutti”, ma arrestare il principale esponente dell’opposizione – dopo l’ex presidente Mikheil Saakashvili, che tuttavia si trova in Ucraina e ha rinunciato persino alla cittadinanza georgiana – ha sempre una valenza simbolica forte, specie in un paese in pieno fermento politico.

Il ruolo chiave dell’UE 

La situazione era abbastanza seria da richiedere un mediatore terzo. Così, Christian Danielsson – delegato del presidente del Consiglio europeo, Charles Michel – il 12 marzo si recava a Tbilisi per tentare di pacificare gli animi, ma, dopo una settimana, ritornava a mani vuote.  Nell’ultima settimana di marzo, un altro tentativo: si discutono il rilascio dei “prigionieri politici” e il ritorno alle urne, ma il compromesso non si trova.

In un primo momento, l’Unione europea ha utilizzato strumenti di convincimento più retorici che pratici. Mentre le mediazioni del plenipotenziario di Michel si arenavano a più riprese, numerosi parlamentari europei sono intervenuti per condannare la situazione politica in Georgia.

Tra le voci che si sono levate, Viola Von Cramon ha condannato i condizionamenti politici dietro le quinte di Saakashvili e Bidzina Ivanishvili, Nicolae Ştefănuță ha affermato che “se la Georgia vuole davvero cambiare corso e elevarsi all’integrazione Euro-Atlantica, deve mostrare più impegno” e Andrius Kubilius li ha invitati a comportarsi da “veri europei”.

A sbloccare la situazione, tuttavia, potrebbe avere contribuito proprio la presa di posizione di un gruppo di parlamentari in seguito al fallimento del secondo giro di trattative.  la proposta di tagliare il fondo di assistenza macro-finanziaria destinato alla Georgia, che ammonta normalmente a 120 milioni di euro – non certo un bel colpo per Tbilisi.

Interessante notare come l’Unione Europea, i cui sforzi diplomatici nel Caucaso meridionale hanno spesso prodotto scarsi risultati, questa volta nel paese più europeista della regione sia riuscita a far convergere la conflittualità politica in un effettivo processo di mediazione.

L’accordo del 18 aprile – punti e firmatari

Un punto di svolta si è avuto con il terzo giro di negoziazioni, che il 18 aprile scorso hanno partorito una proposta di accordo interessante. 

In base al documento, i leader politici arrestati sono da ritenersi innocenti e devono essere al più presto scarcerati. Con tale espressione si fa riferimento in particolare a Melia e a Giorgi Rorua, che, dopo aver preso parte alle proteste del 2019, è stato arrestato con l’accusa di possesso di armi illegale.

Sono poi in arrivo importanti novità per quanto riguarda il sistema elettorale. Le prossime elezioni, infatti, saranno completamente proporzionali (perdendo quindi la quota di seggi maggioritari ancora presente) con soglia di sbarramento al 2%. Le elezioni locali dell’autunno 2021 si svolgeranno ancora con un sistema misto: quattro seggi proporzionali per ogni maggioritario nelle città e due proporzionali per ogni maggioritario nelle zone rurali. L’elemento davvero innovativo, tuttavia, riguarda la Commissione Elettorale Centrale, che negli ultimi mesi è stata costantemente al centro del dibattito politico, accusata di connivenza con il partito di governo: d’ora in poi, infatti, il presidente della commissione  dovrà essere un rappresentante dell’opposizione ed essere eletto dal parlamento. Infine, come ha riconosciuto lo stesso Saakashvili, le elezioni locali di questo autunno rapresenteranno una sorta di referendum. Infatti, in base all’accordo, se SG non otterrà almeno il 43% dei consensi, si dovranno ripetere le tanto contestate elezioni parlamentari.

In vista ci sarebbe anche una riforma particolarmente importante, quella del sistema giudiziario, la cui mancanza di autonomia dal potere politico costituisce una delle limitazioni piu’ rilevanti alla piena transizione democratica del paese.

Un’altra novità riguarderebbe la composizione delle commissioni parlamentari. La presidenza di cinque commissioni parlamentari dovrà essere assegnata a rappresentanti dell’opposizione. Inoltre, i rappresentanti dell’opposizione potranno guidare le delegazioni parlamentari della Georgia all’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa.

Il problema dell’amnistia

L’accordo è stato sottoscritto da cinque partiti dell’opposizione: Lelo, Strategia Agmashenebeli, Partito Repubblicano, Girchi, Partito dei Cittadini. Martedì 27 aprile, i loro rappresentanti hanno finalmente preso posto in parlamento. Al momento, manca la firma del principale partito il opposizione, il Movimento Nazionale Unito, anche se Saakashvili, che dall’Ucraina segue gli sviluppi politici, si è già espresso favorevolmente.

Lo stesso giorno, a Giorgi Rorua è stata concessa la grazia da parte della presidente Salome Zurabishvili. La scarcerazione del capo dell’opposizione Melia passerebbe invece attraverso un’amnistia per tutti coloro che erano stati coinvolti nei fatti della “notte di Gavrilov”, inclusi i poliziotti responsabili della violenta repressione delle proteste. Una prospettiva che è stata fortemente criticata dalle vittime delle violenze, nonché dallo stesso Melia, che per ora per ha rifiutato di lasciare la prigionia. Secondo il leader del MNU, il suo arresto è stato squisitamente politico e non è tollerabile che il prezzo della sua scarcerazione sia la liberazione di chi si è reso responsabile di violenze sui manifestanti.

Su tale posizione, non sembra convergere alcun supporto internazionale: secondo l’ambasciatrice statunitense in Georgia, Kelly Degnan, l’accordo è stato trovato e “quella di non lasciare il carcere è una decisione personale di Nika Melia”. Se dunque sono stati fatti degli importanti passi avanti verso la risoluzione della crisi politica, per rendere l’accordo davvero effettivo restano dei nodi da sciogliere. Un barlume di speranza è giunto dai leader del piccolo partito Lelo che, dopo una visita di lavoro a Bruxelles, hanno suggerito che il Parlamento Europeo potrebbe garantire un’immunità personale a Nika Melia. Dopo mesi di stallo, forse, la fine del tunnel non è poi tanto lontana.

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