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Ketevan Kemoklidze: “La mia prima Charlotte ed il debutto al Petruzzelli di Bari”.

Ketevan Kemoklidze - photo: www.operaclick.com

Per Ketevan Kemoklidze, mezzosoprano georgiano di caratura internazionale dalla vocalità intensa coniugata ad un’innata classe e ad una notevole presenza scenica, è giunta l’ora di un doppio debutto: quello del ruolo di Charlotte nel Werther di Massenet che canterà per la prima volta al Petruzzelli dal 19 al 24 aprile prossimi. Un debutto significativo anche perché il capolavoro del compositore francese manca dal palcoscenico del teatro barese addirittura dal 1971, mentre l’ultima edizione risale al 2006 ma, sebbene sotto l’egida della neonata Fondazione lirica, con il Petruzzelli non ancora riaperto le rappresentazioni si fecero al Teatro Piccinni.

Ketevan, prima di parlare di questo suo nuovo e importante debutto, le chiedo come sta vivendo da georgiana questi drammatici giorni dell’invasione russa in Ucraina.
È veramente molto triste perché siamo usciti da una guerra pandemica e stiamo continuando un’altra guerra, purtroppo reale, che non abbiamo solo in Ucraina, perché penso che questa guerra sia di tutti. Io amo l’Italia, paese che mi ha accolto e lanciato nel mondo della lirica grazie ad un premio che mi ha consentito di frequentare l’Accademia della Scala e ormai vivo da anni a Barcellona anche per motivi familiari, ma non è possibile guardare questi fatti senza una grande angoscia, soprattutto per una georgiana come me che ha già vissuto questi giorni: noi abbiamo avuto tre guerre per gli stessi motivi. Purtroppo, abbiamo anche perso territori storicamente georgiani e sono perciò molto vicina al popolo ucraino per tutto quello che sta sopportando. Spero che tutto finisca molto presto e che la gente possa ritornare alle proprie case per poter continuare a vivere. Anche se purtroppo ci saranno tantissimi che avranno perso i propri familiari e per loro la vita non sarà mai più come prima, ma è importante che ora la pace arrivi il più presto possibile.

E veniamo al ruolo di Charlotte: la musicologia è concorde nel ritenere che il compositore, insieme ai propri librettisti, abbia voluto enfatizzare la passione e l’anelito sentimentale di questo personaggio, sentimenti che nell’originale goethiano restano più in ombra. Un ruolo vocalmente al confine fra soprano e mezzosoprano, che è la voce che normalmente lo interpreta. Lei come lo vede?
Io direi che la melancolia e l’ “oscurità”, che ne caratterizzano la figura, si addicano di più alla voce di mezzosoprano. L’importante è cantarlo bene e ovviamente anche un soprano lo può fare benissimo. Non posso dire la stessa cosa per Rosina, che preferisco di gran lunga affidata alla voce più grave. Charlotte come colore e intonazione è comunque più mezzosopranile, perché questa donna è spesso chiusa in sé stessa, non è brillante e anzi è sempre un po’ cupa nei suoi pensieri e nelle sue decisioni.

E cosa l’ha colpita di questa figura?
Intanto che è molto diversa da tutti gli altri ruoli per mezzosoprano, caratterizzati da donne forti che soffrono per affermare i propri diritti e la propria libertà e lo fanno esprimendo emozioni intense. Charlotte è all’opposto, chiusa e fedele al suo giuramento e ai suoi doveri di sorella maggiore che deve preoccuparsi per la casa e per i bambini. Per me è stato interessante osservare questo suo carattere, e sarà una bella sfida aprire e mettere sul palcoscenico una donna così tanto diversa da me e dagli altri personaggi che sto interpretando. Vocalmente e musicalmente lo trovo un ruolo particolarmente affascinante perché è pieno di colori, e ritengo che la parte orchestrale sia ancora più importante rispetto a quella riservata al ruolo di Werther. Credo infatti che Massenet si soffermi sui vari personaggi molto di più con l’orchestra rispetto al canto.

Un debutto, oltre che nel ruolo, anche al Teatro Petruzzelli. Ha già lavorato con i colleghi di questa produzione?
Conosco il maestro Giampaolo Bisanti, che stimo tanto, ma finora non avevamo mai lavorato assieme. Con il bravissimo regista Stefano Vizioli abbiamo invece fatto “Il barbiere di Siviglia” al Regio di Parma, e c’è anche il dvd di quello spettacolo. Sono perciò particolarmente felice di debuttare in questo magnifico teatro supportata da loro. E con il mio Werther, Francesco Demuro, ho cantato due volte alla Scala. Insomma, ci sono tutte le premesse per una bellissima produzione.

E a proposito di altre figure, in questo periodo è anche impegnata in Germania nel “Don Carlos” dove porta in scena la Principessa Eboli, ruolo che ha già affrontato in passato. Come si ritrova in questa donna?

Molto bene. Io ho sempre cercato di assecondare la mia voce non facendo passi anticipati, accettando le varie proposte solo quando mi ritenevo pronta. Questo ruolo l’ho debuttato proprio all’Escorial, e l’ho poi cantato a Madrid, a Tbilisi e altre volte in Germania. Penso di averlo affrontato al momento giusto e ritengo che mi abbia aiutato molto la mia provenienza dal repertorio rossiniano e belcantista. Eboli non è una parte omogena, perché in lei ci sono tante donne: chi ascolta “Nel giardin del Bello”, un’aria brillante e molto acuta, e poi “O Don fatale”, se non conosce l’opera pensa che appartengano a due personaggi diversi. Eboli, perciò, ha bisogna di un’interprete non dalle tante voci ma piuttosto di una che sappia differenziare le singole e differenti scene. Penso che l’esperienza maturata finora durante la mia carriera mi abbia aiutato molto, e ogni volta che interpreto questo ruolo arriva un grande successo di cui non posso che essere felice.

Passare allora dal repertorio belcantistico a quello più oneroso vocalmente come appunto Eboli, è dovuto solamente alla naturale evoluzione della voce?

Rispetto a quello che ho detto prima devo aggiungere che dopo la maternità la voce è maturata e ho capito che potevo interpretare anche altri ruoli. Ho così inserito Carmen, e successivamente Preziosilla, Maddalena e poi Eboli. L’importante è fare le cose al momento giusto. E comunque credo che il belcanto debba fungere da fondamenta per tutto quello che interpretiamo, anche nella musica francese. È fondamentale la tavolozza coloristica, perché non bisogna mai cantare tutto forte e bisogna invece rendere giustizia alle tante sfumature presenti in partitura. Perciò le mie esperienze mozartiane, rossiniane e belcantistiche mi aiutano tanto nel rendere i colori anche in questo repertorio più pesante.

A proposito di Carmen, lei ormai si identifica con questo ruolo che ha interpretato molte volte in produzioni diverse e che affronterà anche a Torino fra due mesi. Cosa la affascina maggiormente di questa donna-mito?

Personalmente non sono mai d’accordo con chi afferma che Carmen sceglie la sua morte. Il suo fascino è invece rappresentato dalla sua voglia di vivere, di essere al centro dell’attenzione ed essere amata. E viene uccisa proprio per quello. La mia Carmen è una donna e una ragazza libera, felice, allegra, che vuole godersi la vita. Perciò non la vedo come una donna triste, arrabbiata e dura, ma tutto questo è già contenuto nella musica di Bizet. E non possiamo partire da una Carmen drammatica, perché altrimenti arriviamo alla scena delle carte e non abbiamo più niente da dire sul versante drammatico. Invece dobbiamo rendere le tante sfaccettature e qualche volta le debolezze del suo carattere per farlo crescere gradualmente nel corso della recita. È solo dalla scena delle carte che la vediamo triste e drammatica, non certo dal principio. Amo interpretare Carmen proprio per la sua vitalità.

Oltre a Charlotte, c’è qualche altro ruolo pronto al debutto?
Quest’anno farò Amneris in diversi teatri francesi, spagnoli e mi sto preparando per questo debutto importante cercando di fare mio anche questo ruolo. Speriamo però che la situazione mondiale ci permetta di lavorare e di continuare la vita normalmente.

19/04/2022

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